






I disturbi d’ansia e i disturbi depressivi sono nella popolazione generale tra i più difusi, colpendo le persone a livello personale, relazionale e lavorativo (indagine Istat del 2023, su un campione rappresentativo di 72.476 soggetti di età compresa tra 18 e 64 anni). A livello nazionale, secondo quest’indagine, il 14,8% di soggetti ha un’alta probabilità di manifestare un disturbo ansioso e/o depressivo. Questa allarmante percentuale è di gran lunga più alta della percentuale di soggetti che riferisce di soffrire di altre patologie rilevanti a livello di sanità pubblica (diabete, ulcera, ecc.).
Ne deriva, oggi più che mai, quanto sia importante dare attenzione ai disturbi mentali, emergenti consistentemente nella società moderna, indipendentemente da età, ceto sociale o estrazione culturale, ma ancora così poco considerati, compresi e accettati dai nuclei familiari, negli ambienti lavorativi e dalla società in generale, proprio perchè si manifestano con caratteristiche diverse dalla malattia fisica, apparentemente meno reali.
I disturbi mentali, infatti sono caratterizzati da una grande sofferenza emotiva, parte integrante del disturbo e dalle conseguenze a livello interpersonale, come l’ansia o il panico nell’agorafobia e il conseguente evitamento di situazioni sociali (posti pubblici, posti affollati, ecc.).
I disturbi mentali possono avere origine ereditaria (fattori ereditari in soggetti geneticamente predisposti) accompagnati dalle influenze e circostanze di vita (fattori ambientali).
La maggior parte dei disturbi mentali si manifesta in adolescenza o intorno ai vent’anni, mentre in altri casi influisce la componente genetica.
I disturbi d’ansia non cosistono soltanto in uno stato d’ansia eccessivo. L’ansia è una sensazione normale. Livelli moderati di ansia sono spesso utili per migliorare le prestazioni e livelli piuttosto elevati di ansia possono essere vissuti come normali quando sono coerenti con ciò che esige la situazione. Le persone con disturbo d’ansia di solito non lamentano semplicemente di essere troppo spesso eccessivamente ansiose, ma chiedono aiuto riferendo paure specifiche e ricorrenti che riconoscono come irrazionali e in un certo senso intrusive. I soggetti con disturbo d’ansia hanno paura di avere un collasso fisico nel disturbo di panico e nell’agorafobia, di ricevere un giudizio negativo nella fobia sociale, che accada qualcosa di male a sé o ai propri cari nel disturbo ossessivo-compulsivo, di essere esposti a un danno, in realtà improbabile, nelle fobie specifiche e temono il ricordo intrusivo di passate situazioni di pericolo nel disturbo post-traumatico da stress.
Sono i sintomi specifici e la paura di questi sintomi a creare disabilità, sebbene l’ansia che ne deriva sia il sintomo utilizzato per definire questo gruppo di disturbi.
Il Disturbo Ossessivo Compulsivo DOC, secondo il DSM 5, è un disturbo caratterizzato dalla presenza di ossessioni e/o compulsioni.
Le ossessioni sono idee, pensieri, impulsi o immagini che insorgono improvvisamente nella mente e che vengono percepiti come:
- Intrusivi: la persona ha la sensazione che “irrompano da soli” o che siano indipendenti dal flusso di pensieri che li precede.
- Fastidiosi: la persona sperimenta disagio per il contenuto o per la frequenza.
- Privi di senso: la persona ha la sensazione che siano irrazionali, esagerati o comunque non giustificati o poco legati alla realtà presente.
Le compulsioni sono azioni mentali e/o comportamenti che si manifestano in risposta alle ossessioni e che ne rappresentano un tentativo di soluzione; di solito sono seguite da un senso di sollievo dal disagio causato dalle ossessioni, ma solo temporaneo.
Le ossessioni e le compulsioni provocano una profonda sofferenza, compromettendo il normale funzionamento sociale e lavorativo del soggetto:
immagini, pensieri e/o idee sono presenti in modo costante e ripetuto, senza tregua, occupando gran parte della giornata senza lasciar spazio ad altro e rendendo esausto il soggetto;
i pensieri e le immagini sono ansiogene rispetto al timore di essere esposti a un pericolo, generano preoccupazione per il contenuto minaccioso (“potrei infettarmi”, “potrebbe esplodere la casa e tutto il palazzo”), ma non solo, il soggetto si attribuisce in qualche modo la responsabilità di tale pericolo, e di conseguenza si considera una persona immorale, cattiva o pericolosa (“sarebbe colpa della mia superficialità”, “non ho fatto quanto in mio dovere per proteggere i miei famigliari”);
un pensiero ossessivo può diventare problematico anche per il solo fatto di essere stato pensato in quanto determina nel soggetto il sospetto di essere una persona immorale, pericolosa e cattiva (“se ho pensato a questa brutta cosa di mio marito, significa che sono una persona cattiva, un’immorale”).
La consapevolezza dell’esagerazione e irrazionalità dei pensieri e comportamenti, spinge chi soffre di DOC a nascondere le proprie ossessioni e compulsioni, se ne vergogna (“Se le persone sapessero che ho questi pensieri mi prenderebbero per pazzo!”) e le contrasta, generando però un effetto disfunzionale che non fa altro che mantenere e/o aggravare la sofferenza.
Esempio, all’ossessione “le mie mani sono piene di germi pericolosi” si può mettere in atto il comportamento di disinfettare le mani con amuchina; è un tentativo di allontanare il problema della percepita o temuta contaminazione; evitare di toccare le maniglie delle porte o portare i guanti rappresentano un tentativo di prevenire la ricomparsa del pensiero di essere contaminato.
Il DOC si cronicizza, anche se con fasi di miglioramento e peggioramento e raramente è episodico con remissione completa del sintomo.
Il DOC si può manifestare con sintomatologia e manifestazioni eterogenee, sulla base del tipo di ssessioni e copulsioni che si presentano si posono definire i seguenti sottotipi di Disturbo ossessivo compulsivo :
- da CONTROLLO: le ossessioni e le compulsioni implicano timori ricorrenti e controlli protratti e ripetuti, correlati al dubbio di aver dimenticato qualcosa o di aver fatto un errore o danneggiato qualcosa o qualcuno inavvertitamente. Il sogetto pensa che le sue azioni omissioni siano causa di disgrazie (dimenticare di chiudere la porta di casa, il gas, sbagliare nel contare i soldi o nel scrivere le parole, ecc.);
- da CONTAMINAZIONE: le ossessioni sono connesse al rischio di contagi o contaminazioni e compulsioni di pulizia. Il soggetto è torentato dal pesiero che se stesso o un familiare possa ammalarsi entrando in contatto con germi o sostanze tossiche invisibili. Il contatto con la sostanza temuta è seguita da rituali tesi a neutralizzare la contaminazione (ad esempio rituali di lavaggio ripetuto delle mani, dei vestiti o di oggetti personali).
- da ORDINE E SIMMETRIA: Il disturbo si manifesta come intolleranza al disordine o all’asimmetria. Libri, fogli, penne, asciugamani, videocassette, abiti, piatti, devono risultare perfettamente allineati, simmetrici e ordinati secondo una precisa logica (es. dimensione, colore). Quando il paziente percepisce asimmetria o disordine si impegna anche per molte ore a riordinare questi oggetti, fino a sentirli “a posto”. Le ossessioni di ordine e simmetria possono riguardare anche il proprio corpo (es. pettinatura dei capelli, abiti).
- da SUPERSTIZIONE ECCESIVA: La persona che ne è affetta manifesta pensieri superstiziosi portati all’eccesso. L’esito degli eventi viene legato al compimento di certi gesti, alla visione di certi oggetti e/o colori, al suono di determinati rumori. Per annullare un effetto negativo, il soggetto affetto da disturbo ossessivo compulsivo da superstizione eccessiva deve mettere in atto il “giusto rituale”, adattato in base alla situazione che gli ha arrecato lo stato di ansia, e ripeterlo il numero di volte adeguato per evitare qualche disgrazia (ad esempio, fare una preghiera per 3 volte dopo aver visto un’immagine ritenuta negativa).
- DA PENSIERI TABU’ (OSSESSIONI AGGRESSIVE, SESSUAI E RELIGIOSE): È il caso di chi è ossessionato dal timore di essere o diventare omosessuale o pedofilo o di chi ha il terrore di essere colto da un’aggressività improvvisa e incontrollabile e fare del male a chi gli sta accanto.
Terapia
Le linee guida internazionali indicano nella terapia farmacologica e nella terapia cognitivo-comportamentale i trattamenti più efficaci.
La terapia cognitivo-comportamentale è finalizzata a breve termine a ridurre la quantità e la frequenza dei sintomi e, più a lungo termine, a rendere il soggetto meno vulnerabile ai temi e ai meccanismi cognitivi che hanno contribuito alla genesi e al mantenimento del disturbo ossessivo compulsivo.
La tecnica elettiva nel trattamento è l’Esposizione combinata con la Prevenzione della Risposta.
L’esposizione (nelle sue diverse varianti: esposizione graduale o prolungata; per immagini o in vivo) consiste nel mettere un soggetto in contatto con uno stimolo o situazione che elicita disagio per un lasso di tempo maggiore a quello che il soggetto normalmente tollera (ad esempio si chiede ad un soggetto che ha tra i suoi sintomi quello di evitare di toccare le maniglie delle porte, di toccare una maniglia e di mantenere il contatto per 2 minuti).
La sperimentazione dell’ansia è negli obiettivi della tecnica; il paziente viene però aiutato sia graduando l’esposizione e sia attraverso interventi preventivi che motivano e riducono la minacciosità del contatto.
La prevenzione della risposta consiste nel bloccare i comportamenti sintomatici normalmente messi in atto dal paziente dopo il contatto con la situazione temuta.
Il comportamento viene bloccato per un tempo maggiore rispetto quello in cui il paziente è “naturalmente” capace di procrastinare la risposta (ad esempio, si chiede al paziente di non lavare le mani dopo aver toccato la maniglia per un’ora).
Alle tecniche di esposizione e prevenzione della risposta, la terapia cognitivo-comportamentale affianca interventi direttamente finalizzati al cambiamento dei contenuti e processi cognitivi che contribuiscono alla genesi e al mantenimento del disturbo ossessivo compulsivo.
Le percentuali di guarigione registrate in letteratura variano tra il 50 e l’85%.
La terapia cognitivo comportamentale negli studi di esito appare superiore a qualsiasi altra forma di trattamento psicoterapico, se si considera la riduzione della sintomatologia, la stabilità del cambiamento, gli effetti collaterali, il rapporto costi-benefici, il miglioramento clinico.
Nel confronto con la terapia farmacologica il trattamento cognitivo-comportamentale risulta avere un’efficacia confrontabile a breve e medio termine, ma il vantaggio sembra essere nella stabilità del cambiamento (minori tassi di ricaduta) e nei minori effetti collaterali.
Il panico consiste in uno stato di intensa paura che raggiunge il suo picco nel giro di dieci
minuti. Viene detto anche attacco di panico poiché è caratterizzato da una comparsa
improvvisa, spesso inaspettata.
Nel corso di una crisi o attacco di panico, possono manifestarsi sintomi fisici molto spiacevoli
dovuti all’attivazione del sistema simpatico:
- Palpitazioni
- Sudorazione
- Tremori
- Dispnea
- Sensazione di asfissia
- Dolore al petto
- Nausea
- Sensazione di instabilità e sbandamento
- Derealizzazione (la realtà esterna appare strana ed irreale) o Depersonalizzazione (avere la
sensazione di essere staccati dal proprio corpo) - Sensazione di perdere il controllo, impazzire o morire
- Parestesie (ad esempio, avvertire formicolii), brividi o vampate di calore
e pensieri catastrofici (paura di morire, di impazzire, svenire).
Una paura improvvisa ed intensa, in mancanza di un pericolo reale è spesso sintomo di un
attacco di panico in atto, viceversa a chiunque, in condizioni di estremo pericolo, può capitare di
provare panico e che un singolo attacco di questo tipo non è sufficiente per fare diagnosi
di disturbo di panico.
Al disturbo di panico non di rado si associa una condizione psicopatologica chiamata agorafobia.
L’agorafobia è caratterizzata dall’ansia di trovarsi in luoghi o situazioni dai quali sarebbe
difficile (o imbarazzante) allontanarsi, o nei quali potrebbe non essere disponibile aiuto, in caso
di attacco di panico.
Le situazioni in cui si manifestano i timori agorafobici sono ad esempio l’essere fuori casa da
soli, l’essere in mezzo alla folla o in coda, l’essere su un ponte, viaggiare in automobile o
con altri mezzi di trasporto (ad esempio, treni o autobus).
In generale, la persona con agorafobia sembra particolarmente sensibile alla solitudine (intesa
soprattutto come lontananza da persone o luoghi familiari), spazi aperti (quali ad esempio, le
piazze), e situazioni costrittive (quali ad esempio, luoghi chiusi e angusti, o rapporti vissuti
come troppo limitanti la propria libertà). Le situazioni temute vengono evitate (per es., gli
spostamenti vengono ridotti), oppure sopportate con molto disagio o con l’ansia di avere un
attacco di panico, e non di rado affrontate con la presenza di un compagno.
Secondo il DSM-5 per fare diagnosi di disturbo di panico devono essere soddisfatti i seguenti
criteri:
- Presenza di attacchi di panico inaspettati e ricorrenti (un solo attacco non è dunque
sufficiente), dei quali almeno uno seguito da un mese (o più) di preoccupazione
persistente di avere altri attacchi e/o di preoccupazione relativa alle implicazioni o alla
conseguenze dell’attacco (ad esempio, perdere il controllo, avere un infarto cardiaco,
impazzire), e seguiti da una significativa alterazione del comportamento correlata agli
attacchi di panico. - Presenza o assenza di Agorafobia (il disturbo di panico può infatti presentarsi anche in
assenza dei timori agorafobici descritti nella sezione precedente). - Gli attacchi di panico non devono essere causati dagli effetti fisiologici diretti di una
sostanza (per esempio, da abuso di una droga) o di una condizione medica generale (ad
esempio, ipertiroidismo). - Gli attacchi di panico non devono essere meglio giustificati da un altro disturbo
mentale, come ad esempio la Fobia Sociale.
L’ansia anticipatoria relativa alla comparsa di nuovi attacchi, gli evitamenti e i comportamenti
protettivi messi in atto per fronteggiare la propria condizione, condizionano pesantemente
l’esistenza di chi soffre del disturbo.
Spesso infatti la persona colpita da attacco di panico prova a contrastarlo mettendo in atto
una serie di strategie (ad esempio, aumentando di proposito il ritmo della respirazione) o a
prevenirlo (ad esempio, evitando certi luoghi o facendosi sempre accompagnare da un
familiare).
Queste manovre, tecnicamente conosciute con i nomi di evitamenti e comportamenti di
sicurezza, non di rado peggiorano la situazione favorendo l’inasprimento delle sensazioni
del panico e un deterioramento globale della qualità della vita del soggetto: l’iperventilazione,
ad esempio, può aggravare le sensazioni di vertigine e disorientamento, mentre la dipendenza
da figure protettive, o la rinuncia ad importanti opportunità lavorative a causa degli evitamenti,
possono incidere negativamente sull’umore, sull’autostima e in generale sulla qualità della vita
della persona.
Il disturbo di panico non equivale tuttavia a una condanna inesorabile e, se adeguatamente
trattato, evolve, in un numero significativo di casi, nella direzione di un sostanziale recupero.
Terapia
Il disturbo di panico e l’agorafobia sono condizioni molto diffuse e ben note a clinici e
ricercatori. Nel trattamento del disturbo di panico con (o senza) agorafobia, la psicoterapia
cognitivo-comportamentale ha dimostrato ampiamente e scientificamente la propria
efficacia.
Si tratta di un tipo di psicoterapia in cui paziente e terapeuta sono attivamente
impegnati nella comprensione del problema e nella condivisione di obiettivi terapeutici concreti
e verificabili.
Nel corso del trattamento la persona portatrice del disagio è aiutata a
prendere consapevolezza dei circoli viziosi del panico e a liberarsene gradualmente
attraverso l’acquisizione di modalità di pensiero e di comportamento più funzionali.
La terapia farmacologia del disturbo di panico, qualora necessaria, prevede solitamente l’uso di
due classi di farmaci:
Le benzodiazepine (alprazolam, clonazepam, diazepam, lorazepam) producono solitamente un
effetto ansiolitico immediato, ma con il tempo possono dare problemi di dipendenza e sintomi di
astinenza.
Per questo sono solitamente prescritte nella fasi iniziali della cura in associazione agli
antidepressivi per essere gradualmente sospese quando interviene l’effetto di questi ultimi.
Il Medico prescrive farmaci per la cura di attacchi di panico e agorafobia
Tra gli antidepressivi, gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) quali ad
esempio, paroxetina, citalopram, fluoxetina, fluvoxamina e sertralina rappresentano, ad oggi,
una buona soluzione farmacologica per il panico perché abbastanza efficaci e solitamente ben
tollerati.
Gli antidepressivi triciclici (imipramina, clomipramina, desipramina, trimipramina e dotiepina)
sono solitamente prescritti a coloro che non hanno risposto agli SSRI perché spesso provocano
fastidiosi effetti collaterali come bocca asciutta, stipsi o eccessiva sudorazione.
Infine, gli antidepressivi noti con il nome di inibitori delle monoaminoossidasi (IMAO), pur
essendosi dimostrati estremamente efficaci, vengono prescritti solo a pazienti che non abbiano
risposto in modo soddisfacente alle altre cure, perché comportano fastidiose limitazioni
dietetiche e risultano incompatibili con l’assunzione di taluni altri farmaci.
I disturbi alimentari consistono in disfunzioni del comportamento alimentare e/o in comportamenti finalizzati al controllo del peso corporeo, che danneggiano in modo significativo la salute fisica o il funzionamento psicologico.
Solitamente insorgono in adolescenza, sono in aumento anche i casi di bambini ed adulti e in soggetti oltre i 40 anni, spesso il disturbo è causato da un evento stressante della vita. Le persone affette da un disturbo alimentare hanno ripercussioni sulle proprie capacità relazionali, hanno difficoltà emotive, problemi nello svolgimento delle normali attività sociali, lavorative e complicazioni mediche.
I disturbi dell’alimentazione più diffusi sono:
- Anoressia nervosa
- Bulimia nervosa
- Disturbo da alimentazione incontrollata (o binge eating disorder, BED)
I disturbi alimentari sono descritti nell’ultima edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5®)ed includono i disturbi della nutrizione (feeding disorders) e i disturbi alimentari sottosoglia.
I segnali da tenere in cosiderazione nell’identificazione i un disturbo alimentare sono:
- Un calo di peso corporeo significativo.
- Identificazione di momenti in cui la persona mente riguardo a quanto e quando ha mangiato.
- Episodi di ingerimento eccessivo di cibo di fretta.
- Episodi continuati in cui la persona va sempre in bagno subito dopo aver mangiato e quando ritorna sembra rossastra in volto.
- Il soggetto si allena in modo eccessivo, quasi ossessivo.
- Cerca di evitare di mangiare con gli altri.
- Taglia il cibo in pezzi molto piccoli o mangia estremamente lentamente.
- Indossa vestiti larghi per nascondere la perdita di peso.
Uno dei segnali chiave è il pensiero ossessivo del cibo e la paura costante di ingrassare.
Spesso queste persone evitano di mangiare in pubblico, non vanno in mensa o a ristorante con gli amici, evitano di partecipare ad eventi sociali in cui si mangia, come un compleanno o un matrimonio.
Un’altra sintomatologia comune è l’alterazione della propria immagine corporea. La percezione distorta che la persona ha del suo corpo influenza in modo non obiettivo i suoi atteggiamenti e pensieri.
Questo tipo di disturbo ha un ruolo particolare all’interno della psichiatria, in quanto oltre ad interessare la mente e provocare sofferenza psicologica, coinvolge anche il corpo poiché può avere complicazioni fisiche molto gravi a carico del cuore, del sistema digestivo, delle ossa, dei denti e della bocca, fino a generare altre patologie.
I disturbi alimentari possono inoltre essere associati talvolta ad altri disturbi psichiatrici, come la depressione, i disturbi di personalità, il disturbo ossessivo-compulsivo, il disturbo d’ansia.
Terapia
Il trattamento dei disturbi alimentari dipende dallo specifico disturbo e dai suoi sintomi. Tipicamente include una combinazione tra terapia comportamentale, educazione alimentare, monitoraggio medico ed alcune volte assunzione di medicinali.
Durante la terapia si tiene conto anche di eventuali problemi di salute generale causati da un disturbo alimentare, che possono essere gravi o addirittura pericolosi per la vita se ignorati a lungo.
Questo approccio terapeutico multidisciplinare aiuta la gestione dei sintomi, a ritornare ad un peso salutare e mantenere la propria salute sia fisica che mentale.
La terapia psicologica è la componente più importante del trattamento dei disturbi alimentari. Questa può durare da pochi mesi ad alcuni anni, ed aiuta i pazienti a ristabilire degli schemi di assunzione del cibo regolari per raggiungere un peso salutare, supporta il paziente per l’identificazione ed il monitoraggio delle proprie abitudini errate e fornisce gli strumenti idonei per cambiarle verso altre più salutari.
Inoltre insegna a gestire lo stress ed i problemi, così da migliorare le proprie relazioni sociali ed in generale il proprio umore.
La terapia cognitivo comportamentale svolge un ruolo decisivo in tal senso perché aiuta ad identificare e cambiare i pensieri distorti che spingono verso il disordine alimentare.
Il terapista può anche chiedere di tenere un diario alimentare da analizzare durante la sessione psicoterapica per identificare insieme al paziente cosa scatena la voglia di ingozzarsi, procurarsi il vomito o seguire altri comportamenti alimentari poco salutari.
Il Disturbo Depressivo o depressione maggiore per poter essere diagnosticata deve soddisfare la presenza dei seguenti sintomi:
Almeno uno dei due criteri tra:
- Umore depresso per la maggior parte del giorno, quasi tutti i giorni (la persona si sente triste, vuota, disperata, oppure tende al pianto e alla lamentazione).
- Marcata diminuzione di interesse o piacere per tutte o quasi tutte le attività che prima interessavano e davano piacere. Molto frequentemente si presentano l’anedonia (stanchezza, affaticamento, mancanza di energie) e la demotivazione.
Almeno tre dei seguenti criteri:
- Aumento o una diminuzione significative dell’appetito e quindi del peso corporeo senza essere a dieta
- Insonnia o ipersonnia quasi tutti i giorni
- Rallentamento o agitazione psicomotori
- Disturbi del sonno (dorme di più o di meno o si sveglia spesso durante la notte o non riesce ad addormentarsi o si sveglia precocemente).
- Faticabilità o mancanza di energia
- Ridotta capacità di pensare o di concentrarsi, mantenere l’attenzione e prendere decisioni.
- Pensieri ricorrenti di morte o di suicidio, che possono andare da un vago senso di morte e desiderio di morire fino all’intenzione di farla finita con una vera e propria pianificazione e tentativi di suicidio.
Il sintomo soggettivo prevalente è la sensazione di essere inutile, negativo o continuamente colpevole che può arrivare all’odio verso di sé
La caratteristica principale dei sintomi depressivi è la pervasività: sono presenti tutti i giorni per quasi tutto il giorno per almeno 15 giorni, causando un disagio clinico significativo e compromettono il normale funzionamento sociale, lavorativo o in altre aree importanti per la persona.
La depressione è un disturbo spesso ricorrente e cronico.
Il disturbo depressivo può presentarsi più volte nell’arco della vita di chi ne soffre e portare a gravi compromissioni: non si riesce più a lavorare o a studiare, a iniziare e mantenere relazioni sociali e affettive, a provare piacere e interesse nelle attività.
L’evento scatenante i primi episodi depressivi è facilmente individuabile come esterno e valutato come perdita importante e inaccettabile dal soggetto, nei successivi episodi o ricadute, l’evento scatenante è difficile da individuare in quanto sono determinati da eventi “interni” al soggetto stesso (ad esempio l’abbassamento del tono dell’umore). Più giovane è la persona colpita, più le compromissioni saranno gravi di conseguenza. Per esempio un adolescente depresso non riesce a studiare e ad avere relazioni, e quindi non riesce a costruire i mattoni su cui costruire il proprio futuro.
15 persone su 100 che soffrono di depressione clinica grave muoiono per suicidio.
Le cause della Depressione
Facendo riferimento a modelli di tipo bio-psico-sociali, si può dire che cause della malattia sono molteplici e diverse da persona a persona (ereditarietà, ambiente sociale, relazioni affettive precoci, avere un caregiver depresso, lutti familiari, problemi di lavoro, relazionali, etc.).
Le ricerche hanno scoperto due cause principali:
- il fattore biologico, per cui alcuni hanno una maggiore predisposizione genetica verso questa malattia;
- il fattore psicologico, per cui le nostre esperienze (particolarmente quelle infantili) possono portare ad una maggiore vulnerabilità acquisita alla malattia.
La vulnerabilità biologica e quella psicologica interagiscono tra di loro e non necessariamente portano allo sviluppo del disturbo. Una persona vulnerabile può non ammalarsi mai di depressione, se non capita qualcosa in grado di scatenare il disturbo e se ha relazioni buone e di supporto.
Il fattore scatenante è spesso qualche evento stressante o qualche tensione importante che turba la nostra vita e che è valutata in termini di perdita importante e non accettabile.
Si può trattare ad ed esempio di un evento negativo di perdita (un lutto, la fine di una relazione, la perdita del lavoro, etc.) oppure di un evento positivo ma sempre valutato come perdita (la nascita di un figlio che “toglie libertà”, la laurea in cui si perde lo status di studente, etc.) o la mancanza di eventi positivi per i quali ci si è impegnati tanto (non aver ricevuto una promozione).
Terapia
La Terapia Cognitivo-Comportamentale(TCC) ha dimostrato scientificamente una buona efficacia sia sui sintomi acuti che sulla ricorrenza. A volte è necessario associare la TCC ai farmaci antidepressivi o ai regolatori dell’umore, soprattutto nelle forme moderate-gravi.
Nel corso della Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale la persona viene aiutata a prendere consapevolezza dei circoli viziosi che mantengono e aggravano la malattia e a liberarsene gradualmente attraverso la riattivazione del comportamento e l’acquisizione di modalità di pensiero e di comportamento più funzionali.
Inoltre, dal momento che la depressione è un disturbo ricorrente, la TCC prevede una particolare attenzione alla cura della vulnerabilità alla ricaduta. Per far questo utilizza anche specifici protocolli, il lavoro sul Benessere Psicologico e la Mindfulness.
I Disturbi di Personalità costituiscono delle modalità, relativamente inflessibili, di percepire,
reagire e relazionarsi alle altre persone ed agli eventi. Tali modalità riducono pesantemente le
possibilità del soggetto di avere rapporti sociali efficaci e soddisfacenti per sé e per gli altri.
Ognuno di noi ha particolari e caratteristiche modalità di relazionarsi agli altri ed agli eventi
(tratti di personalità). Per esempio, alcune persone reagiscono a situazioni problematiche
cercando aiuto e supporto; altri preferiscono fronteggiare le situazioni difficoltose in totale
autonomia. Alcuni individui minimizzano i problemi mentre altri li esagerano.
Le persone in grado di adattarsi efficacemente alle diverse situazioni della vita tendono ad
assumere una modalità alternativa quando lo stile abituale risulta inefficace. Al contrario, gli
individui con un disturbo di personalità sono rigidi e tendono a rispondere in modo inappropriato
ai problemi della vita. Le relazioni con i propri familiari, gli amici ed i colleghi di lavoro
divengono difficoltose, insoddisfacenti, conflittuali, ed i soggetti affetti da disturbo di
personalità vengono sistematicamente evitati.
Tali modalità disadattive appaiono generalmente in adolescenza o nella prima età adulta e
tendono a rimanere stabili nel tempo.
La maggior parte delle persone con un Disturbo di Personalità risulta insoddisfatta e sofferente
rispetto alla propria esistenza. Inoltre, presenta numerosi problemi interpersonali sul lavoro o
nelle situazioni sociali. Sono molto frequenti sintomi depressivi, ansia, abuso di sostanze o
disturbi alimentari.
I soggetti affetti da Disturbi di Personalità sono ignari che il loro pensiero o i propri modelli di
comportamento sono inappropriati e disfunzionali. Tendono quindi a non cercare l’aiuto di
uno specialista. Possono essere segnalati ai servizi psichiatrici dai loro amici o dai membri
della famiglia dal momento che il loro comportamento causa significative difficoltà ad altre
persone.
Quando cercano aiuto autonomamente spesso questo avviene a causa dei problemi quotidiani
generati dal loro Disturbo di Personalità, o a causa di sintomi disturbanti quali ad esempio:
ansia, depressione o abuso di sostanze. In questi casi, comunque, tendono a ritenere che i loro
problemi siano causati dalle altre persone o dalle circostanze della vita sulle quali non ritengono
di avere controllo.
I disturbi di personalità vengono identificati secondo tre cluster:
- Cluster A: caratterizzati da condotte strane o eccentriche
- Cluster B: comportamenti drammatici o eccentrici
- Cluster C: condotte ansiose o inibite
Ci sono dei particolari test che possono aiutare ad identificare i disturbi di personalità
facilmente.
Ma, uno specialista basa la diagnosi di disturbo di personalità sulla storia evolutiva della
persona, ricercando modelli di pensiero e di comportamento ripetitivi e disadattivi.
Queste regolarità tendono a diventare apparenti dal momento che la persona resiste
tenacemente a cambiarle malgrado le loro conseguenze negative. Lo psicoterapeuta può anche
interpellare le persone che interagiscono di solito con il paziente.
Terapia
I sintomi di ansia e depressione e gli altri sintomi emotivi costituiscono il primo obiettivo del
trattamento. La terapia farmacologica può essere spesso d’aiuto. I farmaci quali gli
inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) possono ridurre sia la depressione
che l’impulsività. I farmaci anticonvulsivi possono contribuire a ridurre gli accessi d’ira e le
condotte impulsive.
Tuttavia, la terapia farmacologica non interviene sulle caratteristiche di personalità. Poiché
questi tratti si sviluppano nell’arco di molti anni, il trattamento delle caratteristiche disadattive
di personalità richiede tempi prolungati.
Fino a poco tempo fa, si riteneva comunemente che il trattamento psicoterapico non risultasse
efficace per il trattamento dei disturbi di personalità. Ma è stato riscontrato che alcune
tipologie di psicoterapia, prima fra tutte quella cognitivo-comportamentale, sono
risultate efficaci nell’aiutare le persone affette da questi disturbi di personalità.
Raramente un trattamento di breve durata può curare un disturbo di personalità, anche se
alcuni cambiamenti possono essere attuati più velocemente di altri. Per alcuni cambiamenti del
comportamento possono essere necessari pochi mesi o un anno; gli atteggiamenti
interpersonali richiedono tempi più prolungati per essere modificati.
Per esempio, relativamente al disturbo di personalità dipendente, un cambiamento
comportamentale può consistere nel dichiarare in maniera più assertiva i propri sentimenti e
desideri. Il cambiamento interpersonale, invece, potrebbe consistere nell’assumersi alcune
responsabilità in prima persona o nel realizzare attività autonome e senza il costante supporto
di altre persone.
Poiché le persone con un disturbo di personalità non ritengono che il proprio comportamento sia
problematico, devono essere sistematicamente messe a confronto con le conseguenze negative
dei loro pensieri e comportamenti disfunzionali. Per cui il terapeuta deve segnalare
ripetutamente le conseguenze indesiderabili del loro modo di funzionare utilizzando, quando
possibile, gli episodi che si verificano nella relazione tra terapeuta e paziente.
Non di rado risulta utile che il terapeuta fissi chiaramente ed esplicitamente i limiti nel rapporto
terapeutico come ad esempio il fatto che non sono tollerate aggressioni verbali e urla come
espressioni della rabbia. Tali frangenti costituiscono un’ottima occasione per aiutare il
paziente a considerare l’impatto del proprio comportamento sugli altri, per insegnare condotte
alternative più adattive e per rimuovere, almeno nel rapporto terapeutico, i rinforzi che il
soggetto è abituato a garantirsi tramite la condotta disfunzionale.
La partecipazione dei membri della famiglia al trattamento è spesso utile, quando non
essenziale, perché questi, senza volerlo, possono comportarsi in modo tale da rinforzare i
pensieri e i comportamenti problematici del paziente.
Si rivelano inoltre utili, nel contribuire a cambiare i comportamenti socialmente indesiderabili o
disfunzionali, la terapia familiare e di gruppo, come anche le terapie residenziali e i gruppi di
auto-aiuto.
Lo psicoterapia individuale è generalmente la pietra angolare della maggior parte dei
trattamenti. Nel contesto di un rapporto intimo e cooperativo, il soggetto può comprendere
le fonti delle proprie sofferenze (esperienze di apprendimento) e riconoscere i propri
comportamenti disadattivi (manipolazione, scarsa empatia, arroganza, diffidenza, evitamento,
ecc.).
La disforia di genere o disturbo dell’identità di genere indica quella condizione per cui un individuo non si identifica con il proprio sesso biologico, ma con quell’opposto. Infatti, l’identità di genere è la percezione individuale di appartenere a un sesso piuttosto che a un altro. Bisogna fare attenzione a non confondere la disforia di genere con l’orientamento o identità sessuale che indicano da quale sesso è attratto il soggetto.
La disforia di genere è una condizione che si presenta con malessere e disagio profondo nei confronti delle caratteristiche sessuate del proprio corpo, sentito come estraneo; lo stesso senso di estraneità viene provato per i comportamenti e gli atteggiamenti che sono tipici del proprio sesso, all’interno del quale il soggetto non si riconosce.
Nel DSM-5 la disforia di genere non rientra più tra i disturbi sessuali perché non si tratta di un disturbo e occupa una categoria a sé stante e viene indicato come “…caratterizzata da una forte e persistente identificazione col sesso opposto; le persone si ritengono vittime di una sorta di “incidente biologico” che le ha imprigionate in un corpo incompatibile con l’identità di genere che vivono soggettivamente”.
Nel DSM 5 i criteri diagnostici si distinguono in criteri riferiti a bambini e criteri riferiti ad adolescenti e adulti. In linea di massima, i criteri per individuare la disforia di genere sono i seguenti:
- Marcata incongruenza tra genere esperito e caratteristiche sessuali primarie/secondarie.
- Forte desiderio di liberarsi delle proprie caratteristiche sessuali primarie e/o secondarie a causa della marcata incongruenza col genere esperito.
- Forte desiderio per le caratteristiche sessuali del genere opposto.
- Forte desiderio di appartenere al genere opposto.
- Forte desiderio di essere trattato come un membro del genere opposto.
- Forte convinzione di avere sentimenti e reazioni tipici del genere opposto.
- La condizione dev’essere associata inoltre a sofferenza clinicamente significativa o a compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti.
Terapia
La pianificazione del trattamento dei pazienti con Disforia di genere si snoda attraverso cinque fasi fondamentali: assessment; management della comorbilità; facilitazione della formazione dell’identità; management dell’identità sessuale; valutazione dopo la cura.
La letteratura disponibile (Green e Fleming, 1990; Michel et al., 2002; Pfafflin e Junge, 1998) indica che un’adeguata psicoterapia ai pazienti con Disforia di genere prima dell’intervento della chirurgia è predittiva di un positivo esito post-chirurgico e di una migliore qualità della vita.
All’interno del percorso terapeutico con i pazienti con Disforia di genere viene data particolare rilevanza all’esplorazione della storia di genere e dello sviluppo dell’identità per dare l’opportunità al soggetto di ristrutturare cognitivamente eventi significativi, validare le proprie emozioni e rafforzare il senso di Sé. Il coinvolgimento della famiglia durante il percorso di terapia, è spesso richiesto per esplorare e risolvere conflitti e per promuovere la difficile accettazione verso il cambiamento.
Una volta che sono stati trattati questi aspetti e che il cliente ha deciso come gestire la sua disforia e la sua espressione di genere, la terapia si focalizza sul supporto dell’individuo nell’attuazione del
suo progetto.
La disforia di genere in età evolutiva
La disforia di genere nell’età evolutiva è un tema complesso perché anche se un bambino mostra tendenze tipicamente assimilabili alla disforia potrebbe non manifestarle nell’età adolescenziale o adulta, quindi c’è da prestare molta attenzione al fattore temporale.
La disforia di genere nell’età evolutiva presenta le seguenti caratteristiche, alcune simili a quelle dell’adulto:
- Affermazione da parte del bambino di essere del sesso opposto.
- Preferire indossare gli abiti del sesso opposto.
- Preferire giochi dove vi è uno scambio di ruolo.
- Preferire giocare con i giochi destinati all’altro sesso.
- Desiderio di essere dell’altro sesso.
- Emozioni negative verso i propri genitali.
- Rifiuto di giochi e attività destinate al sesso di appartenenza.
Nell’età evolutiva la formazione dell’identità è in corso, quindi non si può determinare che queste preferenze persistano nel futuro.
La disforia di genere si presenta in età evolutiva ma non ha sempre un decorso continuo. Per esempio, può comparire intorno ai 2-3 anni in cui si cominciano a vedere i cosiddetti indicatori della disforia, che però non possono rappresentare un criterio diagnostico, oppure possono manifestarsi nel periodo dai 3 ai 5 anni, per poi scomparire per alcuni anni e ricomparire in
adolescenza, per questo motivo è difficile fare una diagnosi certa della disforia di genere in età evolutiva.
Se un bambino gioca con una bambola non necessariamente si identifica con il sesso opposto, è positivo che i genitori lasciano esprimere i figli e giocare con quello che più li aggrada. I problemi sorgono invece nell’incontro con la società che non accetta la diversità. Infatti, la cultura e la società hanno determinato che la bambola è un gioco per bambine e se il bambino gioca con il giocattolo sbagliato potrebbe essere escluso e non inserirsi.
Mi capita molto spesso di dover rispondere alla domanda: “cosa ha a che fare la psicologia con
lo sport?“. Nel rispondere intravedo negli occhi di chi mi ascolta la curiosità e l’interesse simile a
quello di un bambino nello scoprire quante cose affascinanti ci possano essere dentro quel
cassetto della credenza che apre per la prima volta.
Allo stesso modo la psicologia può essere rappresentata come quel cassetto all’interno del
quale sono contenuti diversi strumenti e svariate modalità per operare in altrettanti contesti di
applicazione.
Ancora però la psicologia viene intesa in modo restrittivo così come la figura dello psicologo.
Nell’immaginario comune infatti la psicologia è considerata esclusivamente da un punto di vista
clinico, trattando cioè solo disturbi mentali. Lo psicologo viene rappresentato come colui che
seduto con le gambe incrociate in una comoda poltrona di pelle, ascolta passivamente il flusso
di parole che proviene dal paziente, coricato su un lettino. Questa idea è forse un pò superata, o
perlomeno riguarda solo alcune correnti di pensiero e indirizzi di studi.
In realtà, quando si parla di psicologia s’intende quell’ambito di studi che indaga i rapporti che
intercorrono tra pensieri, emozioni e comportamenti dell’individuo, all’interno di contesti e
relazioni tra gli individui, non solo in ambito clinico ma in una “normalità” verso un benessere
psico-fisico.
Partendo quindi da questo concetto la psicologia diventa parte integrante di ogni contesto di
vita: famiglia, scuola, lavoro, sport e non solo.
All’interno di ognuno di questi, lo psicologo assume un ruolo fondamentale per far emergere
l’individuo con le sue peculiarità, abilità e risorse, e per affiancarlo nella comprensione della fitta
e complessa rete di relazioni che si strutturano su più livelli.
In riferimento al nostro ambito d’interesse, lo sport andrebbe considerato come l’insieme di più
elementi tra loro interdipendenti:
- una efficace preparazione atletico-tecnico-tattico-mentale;
- una solida relazione allenatore-atleta-squadra;
- un sereno ambiente societario;
che caratterizzano un contesto specifico della vita della persona.
Lo sport così inteso s’inserisce poi all’interno di un più ampio contesto personale-familiare-
sociale; questi due contesti non sono indipendenti tra loro ma si influenzano e si modificano a
vicenda. In questa complessa dimensione lo psicologo s’inserisce integrandosi al contesto e
assumendo un ruolo determinante nel far emergere l’atleta come individuo. Lo aiuta infatti a tirar
fuori le sue caratteristiche di personalità e il suo background sociale e sportivo, e a inserirsi in
modo fluido e naturale nel suo ruolo di atleta, con le sue abilità e potenzialità, al fine di ottenere i
migliori risultati prestazionali e raggiungere i suoi obiettivi.
Attraverso l’allenamento mentale, il professionista costituisce il cardine tra atleta, individuo e
contesto sportivo. Egli fornisce all’atleta le strategie per la preparazione mentale che in maniera
concreta gli permettano di esaltare e potenziare le sue peculiarità ed abilità individuali.
L’approccio della preparazione mentale all’allenamento e alla gara nell’ampio contesto sportivo
va integrato e tenuto in perfetto equilibrio con le possibili “interferenze” derivanti dalle
esperienze vissute nel contesto familiare-sociale quotidiano di appartenenza.
Lo psicologo, in ambito sportivo, ha quindi il compito di sostenere l’atleta, motivandolo verso il
raggiungimento dei suoi obiettivi sportivi, aiutandolo a riconoscere e gestire il proprio vissuto
prestazionale, insegnandogli a gestire le sue emozioni, fornendogli adeguate strategie per
raggiungere un giusto stato di attivazione e/o rilassamento.
Lo psicologo non si sostituisce al coach, ma lo affianca, integrando alla preparazione atletico-
tecnico-tattica la preparazione mentale, approfondendo la conoscenza dell’atleta-individuo,
favorendo una comunicazione efficace con l’atleta, all’interno del gruppo-squadra e con i genitori
(nel caso di atleti minori). L’apporto che lo psicologo può dare in ambito sportivo è veramente
significativo, va però sottolineato che la linea di partenza, il gong, il via da cui ha inizio il suo
intervento, è l’analisi, la pianificazione e la programmazione specifica dell’intervento. Questo
infatti varia a seconda dell’atleta, della squadra, del contesto societario e va studiato in modo
competente e ben definito. L’intervento inizialmente programmato va poi costantemente
monitorato, migliorato modificato e adeguato alle esigenze dell’atleta e della squadra che
continuano a cambiare ed evolversi nel corso del tempo. Non tutto va bene per tutti, ognuno ha
bisogno di un abito su misura, “sempre alla moda”, che lo renda unico e speciale, vincente!
All’interno delle relazioni di coppia molto spesso si creano normali momenti di incomprensione, tensione, allontanamento determinati dalla inevitabile collusione tra due diverse personalità con vissuti diversi, a volte opposti, difficili da comprendere e accettare. Accade anche che questi normali conflitti diventino troppo frequenti e sempre più difficili da risolvere generando una vera e propria crisi che mette in discussione il legame portando a una frattura del
rapporto.
Partendo dal presupposto che durante il percorso di vita la coppia va incontro a naturali eventi critici, la terapia di coppia diventa un valido supporto per affrontare e superare in modo funzionale e
consapevole situazioni difficili quali:
- insoddisfazione, difficoltà di comunicazione e accettazione
dell’altro - passaggio da coppia a genitori e gestione del ruolo genitoriale
- invischiamento e separazione dalla famiglia d’origine
- tradimenti e mancanza di fiducia
- separazioni e divorzi
Attraverso la terapia la coppia ha l’opportunità di confrontarsi e indagare le criticità determinanti la difficoltà relazionale o il conflitto mediante l’analisi sia dei propri vissuti personali (emozioni, pensieri, significati, comportamenti e bisogni) sia di quelli della coppia, in un contesto protetto e senza giudizio al fine di poter scoprire o riscoprire le potenzialità personali e rispetto alla coppia.
L’obiettivo è trovare un equilibrio all’interno della coppia fondato sulla comprensione e sull’accettazione dell’unicità e individualità di ciascun partner dove entrambi rappresentano un valore indispensabile all’interno del sistema coppia. Destrutturando le dinamiche disfunzionali, ricercando significati diversi negli eventi e nei comportamenti reciproci è possibile strutturare una nuova identità di coppia stabile.
Il percorso di terapia di coppia è articolato secondo diverse fasi in cui il terapeuta ha il compito di individuare tutte quelle dinamiche che hanno condotto la coppia alla crisi attraverso il confronto pacifico e mediato, il rispetto delle parti, la comunicazione efficace, esercizi pratici da svolgere in sede di terapia e homework individuali e di coppia col fine di arrivare al superamento della problematica o della crisi.
All’interno del Setting terapeutico vigono delle importanti regole sancite con un contratto che rendono possibile il buon esito della terapia dove il terapeuta non giudica o cerca di salvare la coppia, tantomeno consiglia se lasciarsi o restare insieme.
Il ruolo dello psicolterapeuta è, quindi, quello di un arbitro neutrale che, bilanciando gli interventi dei due pazienti, permette al singolo individuo della coppia di ampliare le proprie vedute e soprattutto accogliere quelle del partner, permettendo un confronto efficace e rafforzando la reciprocità di coppia.
La psicoterapia è un’attività terapeutica, di natura sanitaria, svolta da un professionista (psicologo o medico), iscritto al proprio ordine professionale, formatosi attraverso un percorso quadriennale in una Scuola di Specializzazione universitaria o privata.
La psicoterapia può essere:
- Individuale: si svolge in un setting, composto da terapeuta-paziente, in cui entrambi
collaborano su uno o più scopi contrattati, con una forte attenzione al presente e alla
riduzione del disagio. - Di coppia: si mette in pratica quando la sofferenza psicologica riguarda due individui che
hanno una relazione sentimentale.
Nello specifico, la psicoterapia Cognitivo Comportamentale (Cognitive Behaviour Therapy , CBT) è considerata a livello internazionale uno dei più affidabili ed efficaci modelli per la comprensione ed il trattamento dei disturbi psicopatologici.
Partendo dalla complessa relazione tra emozioni, pensieri e comportamenti, il modello CBT evidenzia come i problemi emotivi siano in gran parte il prodotto di credenze disfunzionali che si mantengono nel tempo, a dispetto della sofferenza che la persona sperimenta e della possibilità ed opportunità di cambiarle.
Le distorsioni cognitive e la rappresentazione soggettiva della realtà sono all’origine dei disturbi emotivi e comportamentali e ne determinano il mantenimento; di conseguenza, i problemi psicologici emotivi e comportamentali, non deriverebbero dagli eventi.
La CBT si pone l’obiettivo di aiutare il paziente ad individuare i pensieri ricorrenti e gli schemi disfunzionali di ragionamento e d’interpretazione della realtà con lo scopo di sostituirli e integrarli con schemi e convinzioni funzionali volti al benessere.
La CBT è il trattamento d’elezione per i disturbi d’ansia e dell’umore, così come attestato dall’OMS e dall’ISS, e per molti altri disturbi psicopatologici.
